Spray

Tuesday 28. April 2020
Ennio Bertrand
// Spray
28.1.2003 – 1.3.2003

Designer elettronico di formazione, dalla metà degli anni ’80 si è dedicato sempre di più all’attività artistica, cercando una valenza poetica un po’ segreta nei sistemi elettronici e nell’elaborazione digitale delle immagini dei nuovi e talvolta dei “vecchi” media di comunicazione. Con una durezza celata da un’ironia sottile, Bertrand lavora sull’illusione delle “macchine da sogno”, animate e autonome, come le definì Arthur Elton nel 1938. 

L’interattività, così come egli la pratica in alcune sue installazioni, è innanzitutto una critica tesa a sdrammatizzare il fervore tecnologico che pervade alcuni settori della produzione artistica di questi anni. Le sue opere fotografiche utilizzano immagini catturate dai media elettronici. La televisione, macchina fotografica planetaria, fornisce la materia prima per racconti brevi, ricomposti in stampe fotografiche arricchite con piombo e foglie di metalli. 

Anche le sue installazioni interattive, per le quali scrive programmi appositi, fanno emergere un breve racconto a cui, interagendo con l’installazione, collabora lo spettatore-viandante. 

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Una tenue fama di utopia – Franco Torriani 

È fondamentale, in molte opere di Ennio Bertrand, notare l’attenzione che egli riserva alla presa di dati e di immagini, alla loro cattura: una presa che è tanto di soggetti così come avviene con la fotografia da quando essa esiste, quanto un’acquisizione di dati. 

Informatica e, per dirla alla Pierre Lévy, tecnologie dell’intelligenza, nell’ultimo quarto del ‘900 cambiano il concetto di presa, di cattura, di acquisizione di dati e di immagini rispetto alla `presa’ della tecnica fotografica. “…(Il computer)…, induce a nuove forme di enciclopedia, benché, contraddittoriamente, sia adatto a cercare l’informazione al di fuori delle verità sancite e a distribuirle in un flusso diretto, pertinente ad un contesto e ad un uso”. 

Per questo autore, Jean-Louis Boissier, esistono `la presa in prestito’ della fotografia e delle macchine che trasmettono, quella del rilevamento dati e, infine, quella che fonda l’interattività.2 Tre tipi di presa, dunque, secondo la classificazione di Boissier e, a ben vedere, Bertrand in questi anni ha operato una sintesi di queste varie configurazioni di presa, di rilevamento, di cambio di destinazione del ripreso. 

“Riviste a distanza – per lui -fuori da una contingenza quotidiana che più che illuminare appanna, le immagini, meglio, le informazioni che provengono dai media televisivi, diventano un luogo della memoria”. Non è, però, un luogo qualsiasi, aggiunge Bertrand, riferendosi a quell’insieme di video e di suoni di origine in prevalenza televisiva: ” …mi sembra il luogo della nostra memoria dove, con ferocia, nel bene e nel male, restano tracce delle censure e delle piccolezze meno visibili, se stiamo col naso appiccicato all’oggi”. Internet, ‘modalità’ della quale si è talvolta servito, è forse “…troppo giovane e priva di sguardo lungo, credo non riesca a capitalizzare il transitorio..”. 

Mi sembra che, nell’insieme dei suoi lavori, una linea di fondo sia che, dato per buono quanto, grazie al digitale, si è evoluto nei media e nel concetto di spazio, ‘gioco’ ed `esperimento’ restino due fra i concetti chiave della sua idea di progettazione. 

Gioco ed esperimento, in funzione anche progettuale, tendono a riscattare l’interattività dalla banalità in cui il suo uso dilagante l’ha precipitata. Bertrand usa una pratica artistica spesso interattiva, dunque consapevole delle possibilità creative che un qualsiasi tipo di risposta consente, ma ne critica, per dirla con Pier Giorgio Odifreddi, l’abuso sociale che si vede sui media. “Una forma di interazione elementare si sviluppa – per Bertrand- dal nostro guardare alle informazioni come fonte di storia, di memoria, di rimisura dello spazio in cui ci collochiamo nel vivere, nell’esserci”. Pur nello spazio limitato e, in qualche misura, ambiguo, che non può non essere quello di un’installazione, constato nei suoi lavori un’attenzione al paesaggio, alle sue valenze umane, al suo sound, dunque alle vibrazioni che se ne percepiscono e che, comunque, le arti tendono sempre a modificare, a tentare di riscrivere. Una tenue forma di utopia.3 

1 Jean-Louis Boissier, ‘i ruoli estetici della saisie”, in Ars Lab- I Sensi del Virtuale, catalogo della mostra omonima (Torino, 1995), Fabbri Editori, Milano. Boissier cita il testo di P.Lévy, Les technologies de l’intelligence, La Découverte, Parigi, 1990. 
2 J-L Boissier, id. 
3 È interessante, in questi anni, la ripresa del dialogo fra arti, architettura, paesaggio. Emblematica, per me, la mostra in corso a Graz, in Austria, Latent Utopias, curata da Zaha Hadid e Patrik Schumaker. Questi, come recita il sottotitolo, ‘Esperimenti nell’architettura contemporanea’, si fondano sull’esperimento e sul gioco, assimilando – nelle intenzioni dei curatori – la pratica degli architetti a quella dei processi artistici (http://www.latentutopias.at). Per quanto riguarda Pier Giorgio Odifreddi, cfr il suo saggio “Il fine giustifica i media?”, in catalogo della mostra Ars Lab – I Sensi del Virtuale, cit. 

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Televisioni di strada – Ennio Bertrand 

Recente, o quasi, novità del comunicare. Nuove immagini in cerca di osservatori. Polvere di nuovi media che si sparge e si accumula su mucchi abbandonati e spazzatura. Fotogrammi su fotogrammi, quotidiano che si srotola enfatizzato come un evidenziatore verde elettrico. Tempo suddiviso al microscopio digitale della telecamera. 

David Hockney in un recente saggio ci racconta di sorprendenti impieghi della tecnologia con strumenti ottici che dal XIV secolo i pittori impiegavano per sottolineare ed aumentare il senso di reale dei loro lavori; o anche solo per produrre più velocemente. E i dipinti realizzati con lenti e specchi rivisti ora, acquistano l’immediatezza a cui un secolo e mezzo di fotografia e poi video ci hanno abituato. 

Con sorpresa guardo le illustrazioni proposte dal libro, un personaggio affrescato da Giotto. Mi pare spalmato in un tempo incolmabile che i miei sensi non possono percepire: forse il tempo divino, perenne da immaginarselo circolare, che parte da qui e passate tutte le galassie possibili ritorna da me e tutto finisce o ricomincia. Il Ritorno dal mercato di Chardin invece, scoperto il difetto indotto dall’imprecisione delle ottiche, un po’ distorto, il braccio e il fianco eccessivamente dilatati, mi offre la sua passata impermanenza. 

Il pomeriggio trascorso di fronte al pittore e alle sue macchinerie, quell’istante, posso pensarlo a molta distanza di tempo equivalente ad uno scatto fotografico, ad un fotogramma televisivo. 20 millisecondi, di adesso. 

Sembra che parlino! 

Verrebbe da esclamare con cuore sincero. 

Immagine e suono insieme; solamente la presenza del suono, del fuggevole garantisce il transitorio: gustoso paradosso. 

Tempo, quindi. Immenso, sovrannaturale, così vasto da non poterlo immaginare e lontano da non toccare o manipolare, non mio, di Altri che lo hanno pensato e Io gestiscono a loro piacimento (per interposte persone). 

Oppure quotidiano, allungabile se sono in ritardo, mio, vostro, il fotogramma di un Ocalan incerottato di nastro adesivo rapito in un aereo. Petrucciani che suona con le mani riflesse sulla cassa armonica a specchio del pianoforte. Proprio quel fotogramma! Il suo fotogramma, il suo viso intenso. L’aereo che si inabissa nella torre: due fotogrammi ed è dentro e tutto finisce. 

Il tempo personale che posso dilatare riaprire come una fessura e guardarci dentro per sapere se c’ero e dov’ero.