Le Parole Disperse

Saturday 09. May 2020

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato. 

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. 

Eugenio Montale – Ossi di seppia 

Timore e tremore 

Non indugiare altrove, troverai solo uno struggimento che non sazia. Lasciati divorare dalla fame della parola, di dire la tua presenza nel mondo. 

Il Dio dell’estasi si è fatto avanti, lo scenario si è disgelato, non più gretto e ingeneroso. Lascia le blandizie dell’orgoglio caduco. 

Tiziana Conti

Tiziana Conti 

Parole disperse, l’incapacità di comunicare, di trovare una motivazione autentica per uscire dall’inaridimento. Quando il poeta Paul Celan parla di orlo del linguaggio, allude alla volontà di esprimere il senso dell’esserci, di percepire un “puro nulla”, restando sospesi, aggrappati, alla parola. La frantumazione dell’io in una miriade di segmenti, che sono il prodotto della metamorfosi della struttura ontologica, segna il disagio di esistere. L’importanza attribuita all’apparenza, l’annullamento inesorabile del confine tra pubblico e privato, la commistione di reale e virtuale, tanto stretta da non consentire più una opportuna decidibilità, la manipolazione dei rapporti, le ossessioni che nascono dalla reificazione oggettuale, costringono l’individuo a confrontarsi con nuovi parametri, a ricreare il sè infinite volte, seguendo spesso i criteri dell’adeguazione, quando non si tratti di omologazione. Risulta emblematica la poesia di Montale con la quale ho ritenuto di aprire la mia breve riflessione. La parola è contrapposta all’animo informe, a sottolineare lo sperdimento con il quale il soggetto si muove nella realtà: non vi è formula adeguata, non vi è un a-priori che possa spalancare le porte segrete di un’utopia inarrivabile. L’unica certezza è l’individuazione del nostro “non ” essere, “non” volere: un’esistenza combusta, alla perenne ricerca di altro, la stagnazione all’interno di un movimento circolare che si richiude programmaticamente su se stesso. Una oscura elegia che si proietta verso l’assoluto in un mondo mutevole di residui oggettuali. L’essenza spirituale, secondo Walter Benjamin, deve essere definita come essenza linguistica. Essa è quindi comunicabile. Quanto più profondo, reale ed esistente è lo spirito, tanto più esso è esprimibile ed espresso. L’incomparabile del linguaggio umano è la sua rivelatività, la sua attitudine a palesare e, al contempo, a purificare. La perdita graduale del linguaggio, che caratterizza la società contemporanea, ha portato inevitabilmente alla sostituzione dell’esistenza con la funzione. Georges Bataille afferma che “la totalità dell’esistenza ha poco a che vedere con una collezione di capacità e di conoscenze” e precisa che “la vita ha la semplicità di un colpo d’ascia”. Mi sento di aggiungere che anche la parola possiede la stessa, tremenda semplicità. Su queste osservazioni si fonda il progetto della mostra proposta presso il chiostro di S.Domenico e la chiesa della Misericordia, luoghi immersi una dimensione sacrale che si innerva in una spiritualità densa, dove la parola ha una funzione catartica oltre che messianica: la tensione verso un’armonia fondata sul recupero di un “centro” risulta fondamentale. Gli artisti presentati interpretano il tema sotto angolazioni complementari anche dal punto di vista espressivo. Giuliana Cunéaz lavora essenzialmente con il video, medium che si caratterizza per l’immediatezza e la velocità della comunicazione attraverso l’ immagine. L’artista afferma che il video permette di dialogare con il tempo, di scoprire le diverse tipologie di un’istante, di ampliare la gamma dei ricettori o dei sensi. È una sorta di viaggio all’interno di un microcosmo nel quale si colgono al contempo gli aspetti più normali e quelli più inusitati. Il montaggio rappresenta la fase di “coagulazione”, una nuova vita che diviene. Video e installazione sono interattivi e creano un rapporto osmotico con l’ambiente, con lo spazio e il tempo. In un percorso che si snoda sui luoghi inespressi e all’apparenza irraggiungibili della conoscenza, si colloca Domina Ludi, la Signora del Gioco, Diana, Ecate, Erodiade o Iside o Bona Dea (secondo le definizioni). Il richiamo è alla tradizione delle celebrazioni in suo onore, feste notturne, dove l’oscurità era presagio positivo, dove l’idea di rituale 

Nulla aveva di un ripetitivo e stanco tributo, quanto piuttosto sottolineava un modo efficace e intenso di porsi in contatto con la spiritualità. La donna ripresa nel video è in comunicazione con forze sovrannaturali che esprimono suggestioni profonde, ha altresì liti legame con il fuoco, elemento purificatore, oi i Iclitea forza di vita. Invocazione, esaltazione i incquietamento, i tre momenti del lavoro, sottolineano un ciclo esistenziale che diviene nel tempo, in uno spazio totale, decantato dalle contaminazioni della terrestrità. 

Il “Diario” di Andrea Fogli è costituito da calchi della propria testa in gesso bianco, sottoposti a impercettibili mutamenti, con vibrazioni di luce differenti. La fisionomica diventa una parola recuperata che esprime il gesto, la mimesi, la provvisorietà , il senso performativo. Tutto questo, esperito sul sé, acquisisce un valore paradigmatico, nel fondere e confondere materiale e immateriale, definito e indefinito. Allo stesso modo gli occhi (Atelier), accostati l’uno all’altro, vigili, inquieti, vacillanti, aperti come una finestra sul mondo, e le mani (Rosa dei Vuoti), chiuse, protese, intrecciate, alludono ad un’armonia che si fonda sulle dissimmetrie, sul non detto appieno, su un equilibrio delle parti che è essenzialmente mentale, immaginifico, dove l’eterogeneità diventa garanzia di un universo plurale. Diversi lavori di Fogli hanno titolo Aurora occidentale, a porre in evidenza la dicotomia delicata e,insieme, complessa tra il sorgere della luce o iI tramonto: in mezzo si stende un ciclo vitale che esorcizza i fantasmi della mente. Nel lavoro di Fogli ogni cosa si dipana tra il bianco e il nero, colori assoluti, l’uno metafora della luce, dell’abbacinamento, l’altro del caos da cui tutto diviene, del potere dell’irrazionale, (folla notturnità che è anche momento di riflessione, un interrogarsi sul divenire. La stessa immagine può diventare, quindi, il pretesto di una indagine sull’infinita possibilità di indefinite espressioni, sul fatto che la vita si sostanzia su impercettibili sfumature che danno un senso all’individuo, e che ricordano come la radice della realtà sia l’enigma. Il soggetto è aggrappato all’esistenza, immerso nella “cura” delle cose, in un rapporto labile con la provvisorietà del mondo, nell’abbandono della sicurezza del sé. “Un uomo non è che una particella inserita in insiemi instabili e aggrovigliati”. Le parole di Georges Bataille inducono a riflettere sul fatto che la vita dell’individuo è un coacervo di molteplici possibilità, che spesso si riducono ad un’esistenza isolata, ripiegata su se stessa. Questo è un nodo centrale della ricerca di Marco Porta. Ne La complicità del silenzio barre disposte in modo da formare un parallelepipedo, sorreggono una vasca, al cui interno siedono figure bianche, immerse nell’acqua a mezzo busto. Guardano stranite intorno a sé, quasi a cercare un appiglio, difficile da identificare. Scegliere l’acqua sopra cui camminare è una scultura “aperta”, costituita da forme esagonali. Essa si presenta nella sua decifrabilità solo quando lo spettatore vi si avvicini; i perimetri degli esagoni sono braccia distese, quasi irrigidite, che terminano in mani protese nel gesto di cercare: il tentativo si spalanca sul vuoto inesorabile di uno spazio vitale incontrollato. Nelle opere si evidenzia la dimensione di un silenzio assoluto che da un lato pare inglobare la parola nel nulla, dall’altro può risultare il telos di una purezza epifanica. Allo stesso modo le mosche, disposte sulla tela in Dividere il si dal no, in modo da formare agglomerati magici, paiono un’annunciazione nella quale uomo e natura riprendono un dialogo interrotto da tempo: la parola, in questo caso, diventa una fascinazione che avvince in un respiro di echi. 

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Fear and trembling 

Don’t take long elsewhere, You will find only a yearning that doesn’t satisfy. Let you devour yourself by the longing to declare your being in the world. 

The God of the ecstasy has shown himself, The scene is revealed, any more mean and ungenerous. You escaped the flattery of the short-lived pride. 

Tiziana Conti

Tiziana Conti 

Missing words, the inability to communicate, to find a true motivation that helps you from withering. When Paul Celan, the poet, talks about the edge of language, he is hinting at the will to express the meaning of being there, the feeling of a a “pure nothingness”, of floating in a limbo, and yet clinging to words. The malaise of existing is marked by the ego’s shattering into a myriad of segments, produced by a metamorphosis in the ontological structure. The importance given to appearance, the unrelenting annihilation of the boundary between what is public and what is private, the intertwining of reality and virtuality, so tight that it no longer allows for a proper decidability, the manipulation of relationships, the obsessions generated by the process of objectual reification, all this forces the individ-ual to come to terms with new parameters, to re-create himself ad infinitum, often striving for adjustment, or even homologation. Montale’s poem, which I have chosen to open my brief reflection, turns out to be emblematic. The word is contrasted with the shapeless soul to emphasize the individual’s disorienta-tion as he moves through reality: no formula, no a priori can open up the secret gates of an unattainable utopia. The only certainty lies in identifying our `non’-being, our `not’-wanting: a burnt existence, constantly searching for otherness, stuck in a circular movement that programmatically and continuously closes upon itself. A dark elegy that tries to reach for the absolute in an ever-changing world made of objectual fragments. According to Walter Benjamin, the spiritual essence must be defined as linguistic essence. As such, it can be conveyed. The deeper, the more real and `existent’ the spirit is, the more it can be expressed and is expressed. What is beyond compare in human language is its ability to reveal, to disclose, and, at the same time, to purify. The gradual loss of language that characterizes contemporary society has inevitably led to replace existence with function. Georges Bataille claims that “the totality of existence has little to do with a set of skills and knowledges”, adding that “life has the simplicity of an axe-blow”. I would venture to say that words, too, possess the same tremendous simplicity. These reflections underlie the project for the exhibition at the S. Domenico cloister and at the church of the Misericordia. These places, immersed in a sacral dimension, are pervaded by a dense spirituality, where words have a cathartic, as well as a messianic, function, where the tension towards a harmony based on recovering a `centre’ turns out to be fundamental. The artists featured in this exhibition interpret this theme from points of view that are complementary, even in terms of expression. Giuliana Cuneaz essentially works on video, a medium characterized by the immediacy and the speed of communicating through images. The artist explains that video allows to interact with time, to discover different types of `one instant’, to broaden the range of receptors, or of the senses. A video is a sort of travel within a microcosm, where you can simultaneously grasp the most usual and the most unusual aspects. Video editing is the stage of “coagulation”, a new life in becoming. Both videos and installations are interactive, in that they create an osmotic relationship with the environment, with space and time. Along a path that winds through the unex-pressed, apparently unattainable, meanders of knolwledge, we meet Domina Ludi, the Lady of Play, Diana, Ecathes, Erodias, Isis, or Bona Dea (according to different definitions). The reference here is to the tradition of the celebrations to honor the goddess, nocturnal parties where darkness was a positive foreboding, where the idea of a ritual, far from being that of a repetitive, slack tribute, rather embodied an effective way of connecting to spirituality. The woman in the video is commu-nicating with supernatural forces that express deep suggestions, and she is also linked to fire, the purifying element, Eraclitus’s life force. Invocation, exaltation and appeasement, the three movements of her work, draw our attention to a life cycle that evolves in time, in a total space, free from the contaminations of earthliness. Andrea Fogli’s “Diario” consists of a series of slightly modified plaster casts of his own head, showing different light vibrations. Physiognomics becomes a language, the recovered word that expresses gestures, mimesis, temporariness, a sense of performance. All this, experienced on one’s own self, acquires a paradigmatic value, fusing and confusing the material and the immaterial, the definite and the indefinite. In the same way, the eyes (Atelier), brought close to each other, alert, restless, vacillating, opening like a window on the world, and the hands (Rosa dei Venti – Wind Rose), closed, outstretched, folded, symbolize a harmony based on symmetry, on the virtually unsaid, on an essentially mental, imaginative balance of parts, where diversity guarantees a ‘plural’ universe. Several works by Fogli bear the title Aurora occidentale (Western dawn), which emphasizes the fragile, and at the same time complex dichotomy between the first rays of light and the sunset: between these two extremes goes on a life cycle that exorcises the phantoms of the mind. In Fogli’s work, everything lives and grows between white and black, the two absolute colors, the former a metaphor of light, da771ing, the latter of the chaos everything came from, the power of irrationality, of `nocturnality’ as a time for reflection, for asking oneself questions about the essence of becoming. The same image can therefore be taken as a pretext for inquiring into the infinite possibilities of indefinite expression, and into life which, in its concrete manifestations, shows imperceptible nuances that give meaning to an individual, and reminds us of the enigma that lies at its heart. The individual clings to existence, immersed as he is in the “care” of things, in a short-lived relationship with the world’s transitoriness. He has given up the certainty of the self: “A man is but a particle inserted into unstable, tangled sets”. Georges Bataille’s words again prompt a reflection on the individual’s life as an accumulation of multiple possibilities, which often boil down to isolation and withdrawal into oneself. This aspect is central to Marco Porta’s research. In La complicity del silenzio (The Complicity of Silence) a set of bars are arranged so as to form a parallelepiped, and to support a bathtub containing white figures soaked in water up to the waist. They cast bewildered looks around themselves, as if they were searching for a hold that is difficult to find. Scegliere l’acqua sopra cui camminare (Choosing the Water Where to Walk Upon) is an `open’ sculpture consisting of hexagonal forms. It offers itself to the spectator’s deciphering gaze only when he gets close to it. The hexagon’s outer edges are outstretched, almost stiffened arms, ending in hands stretched out as if they were seeking something. Their gesture opens wide onto the inevitable void of an uncontrolled vital space. Porta’s works show the dimension of an absolute silence which, on the one hand, seems to suck the word into nothingness. On the other hand, this silence can turn out to be the real telos, the goal of an epiphanic pureness. By the same token, the flies arranged on the canvas, in Dividere il si dal no (Separating the Yes from the No) so as to form magic conglomerations, look like an Annunciation scene, where man and nature resume a talk that had been interrupted long ago: the word, in this case, becomes a fascination that bewitches us, with its breath of echoes. 

Tiziana Conti