Carousel

Tuesday 14. April 2020

J&Peg CAROUSEL – Angela Madesani 

Un uomo sta in piedi su un sasso, alle sue spalle le montagne, sta leggendo. La posa così raccontata potrebbe apparire innaturale, ma l’equilibrio che si viene a creare non è poi tanto precario. L’uomo diviene il personaggio guida della maggior parte dei lavori di J&Peg presenti in mostra. La sua figura appare nelle diverse situazioni. È una sorta di modulo esistenziale. È questa una mostra particolare all’interno del cammino dei due giovani artisti milanesi. È un momento di riflessione ulteriore rispetto a quanto fatto sino ad ora. Come se volessero tirare le somme in un preciso momento della loro esistenza artistica e non solo. La volontà che sottende a tutti i lavori è il confronto con se stessi. Si tratta di una mostra intima, senza dare a questo aggettivo nessuna valenza limitativa, negativa. L’intimità è costituita dalla voglia di scavare nel profondo, di giungere, attraverso l’analisi del particulare, al senso dell’esistenza. L’uomo legge, ma cosa? Non è dato saperlo, ma forse non è nemmeno così importante. Forse il libro della vita, delle esperienze, degli incontri delle connessioni tra le diverse situazioni. Anche qui, come in tutti i loro lavori degli ultimi anni, i diversi protagonisti delle opere sono coperti da un velo che ne smussa le sembianze estetiche. La concentrazione è posta sull’essere uomo nel senso più pieno del termine. I personaggi sono come statue. È come se si fosse posata la polvere del tempo a creare, appunto, una sorta di velo. Il velo di Maya della filosofia indiana, quello del quale parla anche Schopenhauer, ciò che permea i noumeni e li rende fenomeni, nella vanità dell’apparenza. L’uomo è in piedi, immerso tra le forme aguzze delle montagne che si ergono silenti, candide, cristalline, nella loro eternità. Le contingenze passano. L’uomo cammina, viaggia e il viaggio è conoscenza, crescita. È interessante cogliere, in questa nuova serie di lavori, tutti realizzati appositamente per la mostra, il rapporto che si viene a creare tra i diversi livelli cognitivi: il personaggio guida e gli altri sono frutto di azioni performative degli artisti.

Nessun tentativo di personalizzazione, solo accenni, rimandi, agganci possibili, in cui chi guarda è lasciato libero di leggere, Interpretare. E poi la fotografia, stampata su un materiale trasparente, che si stacca dal disegno sottostante. Il disegno come icona e la fotografia come indice, traccia del reale. Fotografia che registra una performance in cui è mimata la realtà.

É come se ci trovassimo di fronte a una figura retorica, a un chiasma, in un cui i momenti si incrociano. Nei diversi lavori il tempo sospeso, non vi sono riferimenti ovvi. Le persone si incontrano e si creano così delle connessioni.

In mostra è, quindi, una serie di grandi lavori su toni del bianco, sempre con il plexiglass e i disegno. Un uomo, pare un sacerdote, ma non importa di quale culto, è in piedi. Dietro, disegnato, è un dettaglio architettonico (1). Si respira un’aura di sacralità. È un lavoro costruito attraverso la luce. Fotografia scrittura di luce in senso filologico.

La luce in un’immagine come questa è spiritualità, come nell’architettura antica. Così nelle parole dell’abate Suger, citate da Panofsky, a proposito della bellezza mila luce, ai prodromi del gotico. Il disegno sottostante rimanda alla dimensione del ricordo, che appare e scompare a seconda dei momenti. Lontananza e vicinanza in cui non è sempre una logica cronologica, come quando si diventa vecchi. Qualcosa, qualcuno è a fuoco, altri meno. In un altro lavoro un uomo, in piedi, con il cappello in mano, ha alle spalle un gruppo di ragazze di un tempo altro. Chi sono: colleghe di lavoro? Amiche? Forse tra loro c’è la compagna di una vita? 3 forse un amore lontano? Chi può dirlo? iella di J&Peg non è un’operazione di svelamenti. Accenni, rimandi, storie sospese. n un altro lavoro due figure hanno alle spalle un gruppo di ragazzi. Parrebbe una scolaresca. n un’altra un uomo con un cappello di foggia militare, ha alle spalle una scena di distruzione, sono le contingenze esterne che condizionano la vita di ciascuno.

I personaggi protagonisti dei lavori sembrano fare parte di una dimensione classica. Dove per classicità si intende una sorta di eternità dei sentimenti, delle forme, dei rimandi. Così Fidia, Canova, certo Paolini o i drammi esistenziali di Dostoievski. In tutto questo è un forte legame con le ottanta diapositive proiettate da un carousel, che costituisce un’altra parte della mostra. Quelle proposte sono immagini della memoria: le storie personali di Antonio Managò e di Simone Zecubi, delle loro famiglie. In fondo potrebbero essere la storia di chiunque. La memoria personale si fa memoria collettiva. Lo sguardo verso l’altro aiuta a capire se stessi. In mostra sono anche cinque lavori in cui la tipologia di realizzazione è quella alla quale J&Peg ci hanno abituati con i bianchi e i neri. È ancora presente il personaggio guida. Qui è con un gruppo di uomini. Il rimando evidente è alla famosa foto che ritrae i più importanti esponenti del Futurismo: Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini. Lui è uno di loro, ha partecipato, ha vissuto un’esperienza fondante per l’arte italiana e non solo delle prime avanguardie. Altre due foto in mostra ci rimandano a dei gruppi. Professori di una prestigiosa istituzione scolastica inglese colti in una posa ufficiale? O i protagonisti di un vertice politico? Economisti ritratti in una foto ricordo? In un altro lavoro l’uomo guida è nello studio di un pittore, lui stesso è in posa per farsi ritrarre. La posa pare quella che veniva utilizzata negli studi fotografici degli esordi ottocenteschi della fotografia. Anche qui il gioco di rimandi è chiasmico. Pittura, fotografia e viceversa. E quindi la sedia, una vecchia sedia dalla quale potrebbe partire tutto. Sulla seduta è posato un cappello. È un’assenza, che, implica, tuttavia, una presenza, di chi è stato, di chi non sarà più o che forse tornerà ad essere, proprio come nella grande commedia umana che ogni giorno ci è dato recitare.

(1)Si tratta di un dettaglio di Santa Maria in Cosmedin, a Roma, dove è situata la famosa Bocca della Verità.

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A man standing on a rock, with his back to the mountains, is reading a book. Described in this way, this pose could look unnatural, but the balance that is reached is not so unstable. This man becomes the leading character in most of J&Peg’s works on display. His figure appears in different situations, as a sort of existential modulor. This exhibition holds a special place in the history of the young Milanese duo. It is a way to take stock of what they have done up to now – as if they wanted to examine their (artistic) lives at this moment in time. The purpose behind all their works is to confront the self. So this exhibition could be described as intimate – without the limiting, negative connotations that are often associated with this adjective. Intimacy here is the desire to dig into the self, in order to attain the meaning of existence through an analysis of particular aspects. So the man is reading, but what? We can’t know, but maybe what he is reading isn’t so important after all – maybe it’s the book of life, of experience, of encounter, a book of connections between different situations. Here, too, as in all the works they have created in recent years, the protagonists of the works are all covered by a veil, which blurs their esthetic features. The focus is on being a human being in the fullest sense of the word. The characters are like statues. It is as if the dust of time had settled down, forming a sort of patina. In Indian philosophy the veil of Maya, also mentioned by Schopenhauer, is what permeates the noumena and turns them into phenomena, in the vanity of appearance. The man is standing among the sharp outlines of the mountains, which soar silently, snow-clad and crystalline in their eternity. The circumstances of life pass us by. Humans walk, travel, and travelling is knowledge, growth. What is particularly interesting in this new series of works, all created especially for the exhibition, is the relationship that is established between different cognitive levels, as both the leading character and the other figures are the result of the artists’ performative actions.

There is no deliberate personalization, only hints, suggestions, possible links – which the spectator is left free to read, to interpret -, and the photograph printed on transparent material, detaching from the underlying drawing. Drawings as icons, photography as an index or trace of reality. Photography registers a performance that mimics reality. As if we were looking at a figure of speech, a chiasm in which moments flow into each other. In these works time is suspended, and there are no obvious references. People meet and connections are created. What we can see in the exhibition is a series of large-size works played on shades of white, in which the artists again use Plexiglas and drawing. And again we see a standing man, apparently a priest – of which cult is ultimately irrelevant. Behind him, a drawing of an architectural detail (1). The scene has an air of sacredness about it. The work is built by light. Photography is writing with light, in a philological sense. In an image like this, light is spirituality, as in ancient architecture. This is what Abbot Suger says (quoted by Panofsky) about the beauty of light, at the dawn of the Gothic style. The underlying drawing brings us back to the dimension of memory, which appears or disappears depending on the moment. This interplay of distance and closeness is not always governed by the logic of chronology, as happens in aging people. Something, or someone, is in focus, while others are less focused. In another work a man is standing with his hat in his hands, turning his back to a group of young women from another epoch. Who are they? Colleagues? Friends? Maybe one of them is his life partner? Or a distant love? Who can say? The aim of J&Peg is not to reveal, but to give hints, suggestions, and suspended stories. In another work, two figures stand with their backs to a group of young people, apparently school children. In another, a man wearing a military-style hat is turning his back to a scene of devastation – contingent events that influence the lives of everyone.

The characters who populate these works seem to belong to the world of classicism. By classicism we mean the eternal feelings, forms, and suggestions that link Fidia and Canova to a part of Paolini’s works, or to Dostoyevsky’s existential dramas. All this has very much to do with the 80 slides shown by a carousel projector in another section of the exhibition. What is presented here is images of memory – the life stories of Antonio Manage) and Simone Zecubi, and of their families. Actually, they could be the stories of anyone. Personal memory flows into collective memory. Turning your gaze upwards helps you understand yourself . On view are also five pieces whose structure and composition are similar to those of J&Peg’s black and white works. Again we find a leading character – here he is with a group of men, in a clear allusion to the famous photograph that portrays the foremost figures of the Futurist movement: Russolo, Carra, Marinetti, Boccioni, and Severini. The protagonist is one of them, he was involved in what was an essential experience for Italian art, not just for the early avant-garde. Two other photos in the exhibition contain references to groups of people. Are they professors from a prestigious English educational institution in-an official portrait? Politicians at a summit? Economists portrayed in a souvenir photo? In another work we find the male leading character in the studio of a painter, who is himself sitting for a portrait. The pose refers us back to the early times of studio photography, in the XIX century. Here, too, the play of references takes a chiasmic form. Painting, photography, and vice versa. And then there is the chair, an old chair, from which everything could start. A hat is on the chair – signifying an absence which, however, implies the presence of someone who is no more, or will cease to be, or may come back to being, as happens every day in the great human comedy in which we are destined to act.

(1) It is a detail of the church of Santa Maria in Cosmedin, in Rome, where the famous Mouth of Truth is.